Arte

La teoria delle 3 L, ovvero di Leibniz, di Landau e della Lagrangiana

Mentre molti si preparano a trascorrere il ferragosto sotto le stelle, al mare, attorno ad un falò, io ritrovo tra gli scaffali della mia libreria un libro, regalatomi dal Prof. Giaquinta in occasione della mia laurea triennale. Non posso, allora, non pensare a tutto ciò che ha comportato in questi anni l’aver avuto Lui come mio correlatore: un Professore segnato a dito da alcuni docenti; un Professore che ha professato non solo l’insegnamento, bensì una fede in cui la Scienza e l’Arte sono viste come una figura gestaltica. Un Professore che ha dato se stesso per i suoi studenti… e anche per me che non lo sono stata. L’ho conosciuto per caso, durante una mostra d’ arte, in cui erano stati esposti alcuni quadri di suo padre, Vito Giaquinta, del quale apprezzai anche alcune poesie. Si mostrò subito disponibile nei miei confronti, invitandomi ad andarlo a trovare, in qualsiasi momento se ne avessi avuto bisogno. E ne ebbi bisogno subito dopo quel felice e fortuito incontro, perché quella tesi che stavo scrivendo non era di mio gradimento: troppa filosofia, nessuna formula! E fu così che parlai con lui della teoria di gauge, di simmetrie e di arte. La sua fede non era riposta soltanto in Dio, ma anche in Leibniz, Landau e … nella Lagrangiana. Ho avuto il privilegio UNICO di riportarlo al Dipartimento di Fisica dopo tanti, tantissimi anni: mi rivelò il suo desiderio di voler ritornare ad insegnare lì, per concludere la sua carriera universitaria nello stesso “luogo” dove tutto ebbe inizio. Ma … ma … ciò non avvenne per tante “futili” ragioni: lasciò me ad affrontare alcuni di quei docenti che erano soliti segnarlo a dito (aggiungerei: per non so quale motivo!), ma che, in fondo, erano stati suoi allievi -(ir)riconoscenti- in tempi passati. Più e più volte ho inveito contro me stessa per essermi rivolta a quel Professore tanto odiato al Dipartimento di Fisica (e di Matematica) che aveva reso talvolta tortuoso quel mio “cammino” universitario. Ma la stima, l’affetto reciproco ha prevalso su tutto, facendomi camminare a testa alta per quei corridoi, non temendo confronti e sopportando pesanti insulti al mio e al suo indirizzo. Ho conosciuto il Professore Giaquinta non soltanto in qualità di docente universitario, ma anche di persona: una persona stupenda, sensibile, che ha saputo affrontare un male incurabile con la stessa determinazione con cui si dedicava all’insegnamento e alla ricerca. La gioia più grande per me è stato vederlo alla presentazione del mio libro, la prima, lo scorso Dicembre: non stava affatto bene (molti di voi se ne saranno sicuramente accorti), ma era lì, in piedi, con voce fioca, a spendere parole di elogio – e di incoraggiamento – verso di me, sostenendo il mio “volo” contro “quei corvacci” che si accaniscono contro chi vive la passione per l’Arte e la Scienza in ugual modo.
L’ho sentito per l’ultima volta giovedì 11: era sereno, anche se affaticato nella voce come già da un po’ di tempo. Abbiamo parlato di poesia, di econofisica e di quella QFT che tanto fatico a studiare! L’ho salutato dicendogli che presto ne avremmo parlato di presenza… Oggi, durante il funerale, ho ripetuto a lui quanto sinora studiato di teoria quantistica dei campi. In Chiesa, io non ho recitato il “Padre Nostro”: in Chiesa, oggi, io ho ripetuto le equazioni di Maxwell e la teoria dei gruppi. Grazie di cuore, Prof.!
“Nella poesia, così come nella scienza, ciò che conta è il significato.” G. Giaquinta
foto-2
p.s. La sua sì che era una bella grafia!!!